Ok, ho disertato il blog per due mesi, ma stavolta avevo una giustificazione un po’ meno evasiva del sempreverde “sono pigra, non ho tempo, finisco ogni volta a sfogliare web comic fino alle due di notte”.
Ho traslocato, e chi ci è passato prima di me sa quanto possa essere traumatico il trasloco per un’asociale recidiva che a stento scambia due parole con la cassiera del supermercato e anela il giorno in cui i Kinder Bueno verranno consegnati a domicilio.

In ventitré anni non avevo ancora sperimentato l’ebbrezza della caccia a un appartamento non infestato dalla taiga, il tentativo disperato di noleggiare un furgone senza vendere organi sul mercato nero, il piacere di risvegliare tutti i muscoli sopiti in una volta sola caricando in spalla cento chili di mobili per tre piani di scale… e sono stati ventitré anni spensieratissimi.
Non contenta ho anche pensato bene di traslocare in un altro Stato, dove si parla la lingua più spigolosa e impronunciabile di sempre (dai che ci arrivate), dove un kebab costa l’equivalente di dieci euro e dove è vietato tirare lo sciacquone dopo le dieci di sera.
Insomma, una piccola apocalisse interiore.

Che però impallidisce di fronte alla tragedia principale: dopo ben due settimane dall’insediamento nella casa nuova – grazie mille vacanze natalizie – ancora non ho un wi-fi.
Manuale di sopravvivenza del first world, capitolo zero, paragrafo uno: senza internet (e con il tuo inesistente istinto di sopravvivenza) non vali più del calcare nel tuo lavandino.
E si sa che per stanare un antisocial non esiste tattica migliore del privarlo della sua linfa vitale.

Ho resistito stoicamente per due giorni. Poi ho imbracciato il pc, preso un treno e affrontato la folla di una metropoli per fare il mio ingresso nella mecca dei cercatori di wi-fi, la cattedrale di tutte le tumblr girls e tempio indiscusso degli instagrammers: Starbucks.

Ora, per noi italiani entrare in uno Starbucks qualsiasi è un po’ come testare su un campo di battaglia le nostre abilità mimetiche. Non è più un’esercitazione nell’Arnold’s coffee di un centro commerciale, è la prova finale con i menù veri e i cassieri che ti chiedono come ti chiami.
Il fatto di vivere in uno tra i pochissimi Paesi privi di Starbucks ci dona inevitabilmente l’aspetto da pesci fuor d’acqua quando ci accingiamo a ordinare qualcosa tentando di non sbagliarne il nome, a girovagare con lo sguardo vacuo in cerca delle bustine dello zucchero, a storcere il naso di fronte alla gente che mette la cannella nel caffè.
Più di ogni altra cosa ci costa una fatica inenarrabile sederci a un tavolo, collegare il portatile alla presa della corrente e stanziare lì per più di mezz’ora senza sentirci degli scrocconi, centellinando la cioccolata e pregando che nessuno ci mandi via.
In realtà quest’ultima prassi del “parcheggiati quanto vuoi e fatti pure i cazzi tuoi” è ciò che attira il 90% della clientela, anche più del Frappuccino e del caffè annacquato che tanto amano le teenager.

Mentre battevo nervosamente le dita sulla tastiera, incastrata nel tavolino più isolato del locale – non riesco mai a sentirmi totalmente a mio agio in un luogo pubblico – ho ammirato uno spaccato dell’umanità che non avrei mai potuto scovare restando confinata in casa. Contro ogni mia aspettativa, gran parte della fauna che popola il web, anche la più insospettabile, si concentra da Starbucks.

Ci sono i recruiter di LinkedIn, figure pseudo-mitologiche che sembrano prendere vita solo attraverso e-mail e offerte di lavoro, e che incredibilmente fanno i colloqui ai candidati comodamente seduti davanti a un muffin e una cioccolata. Ho intercettato qualche parola del colloquio di una ragazza francese e ho faticato a capire chi tra le due donne sedute al tavolo fosse l’intervistata. Dissolto l’alone di pixel e autorità, persino loro hanno l’aspetto da persone normali (e spero che nessuno mi venga a uccidere dopo aver fatto trapelare quest’informazione).
Ci sono le solite instagrammer, un cliché che fa risparmiare ore di lavoro al reparto marketing di Starbucks, sempre intente a inquadrare alla perfezione il marchio sulla tazza insieme alle loro collane con i baffetti.
Ci sono i super manager in carriera, che nello spazio di un caffè riescono ad analizzare l’andamento della borsa, rispondere a 48 e-mail, redarre un grafico dell’andamento del mercato per il decennio 2015-2025 e programmare tre cene aziendali in tre ristoranti diversi (c’è da dire però che il caffè di Starbucks è lungo lungo).
Ma soprattutto, ci sono i Baudelaire del ventunesimo secolo.

Trattasi di quegli individui dall’età indefinibile (di solito oscilla tra i 20 e i 35 anni) che dopo aver ordinato la più esotica tra le bevande (di solito un tè indocinese lunghissimo) sfilano quatti quatti verso i tavolini singoli, armati solo di un tablet, un pc, o nei casi più amarcord di quaderno e penna.
Il loro viaggio in solitaria verso l’introspezione ha inizio quando sistemano il loro mezzo di scrittura davanti a loro, tirano un lungo sospiro e prendono a sorseggiare la loro benzina. Da lì in poi è pura arte che sgorga dalle dita verso un monitor o un foglio di carta.

A volte sono scrittori, altre poeti, altre ancora semplici impiegati e studenti che amano tenere un diario, ma hanno tutti lo sguardo assorto e inconfondibile dei disadattati che vivono un’eterna lotta tra il loro piccolo universo interiore e l’ingombro dei dettami sociali.
I Baudelaire del ventunesimo secolo sono divorati da uno strano spleen, quello che li induce a scrivere in un luogo frequentatissimo per non sentirsi troppo soli a casa, ma al contempo li porta a isolarsi con la musica a palla negli auricolari per non doversi ricordare di vivere in un mondo troppo popolato.
Sul web li leggiamo nei blog, nei magazine online, a volte anche solo nei commenti a un articolo brillante o un post su Facebook. Non è gente che scrive per farsi notare, ma insegue l’Idéal della libertà di espressione e ama il fatto che il web sia un piccolo angolo di democrazia. E che detesta quando qualcuno gli chiede “sì, ma nella vita che lavoro fai?”.

writing @ starbucks

Ho osservato per un’oretta buona un ragazzo intento a scarabocchiare e poi cancellare parole su un block notes. Aveva un atteggiamento ben diverso da quello degli studenti che prendono appunti o delle segretarie che stendono una to-do list. Stava senza dubbio creando, con una prepotenza tale da far sembrare che non riuscisse più ad arginare quel che aveva da dire. Mi piace pensare che stesse scrivendo una lettera d’amore (in generale mi piace pensare che qualcuno scriva ancora lettere d’amore) oppure l’incipit di un racconto. L’ho trovato confortante.

Un’altra ragazza stava aggiornando il suo blog, e in quel momento poteva essere tanto la fashion blogger più rinomata dell’anno quanto una neofita alle prese con il suo primo post. Di sicuro lo stava facendo con una concentrazione degna di una professionista (ho tentato di carpire la tecnica per copiarla, ma fallisco sempre miseramente). Ogni volta che qualcuno le passava di fianco, lei puntualmente interrompeva la scrittura per un attimo, preda di una sensazione che è un misto tra il timore di essere letta e il fastidio di essere osservata (ce l’hanno tutti gli scrittori asociali, è un difetto di fabbrica).

Gran parte di questo processo creativo resta sempre in ombra sul web. Siamo abituati a vedere il prodotto finito, trovare articoli già pronti, racconti già conclusi, disegni già ultimati, come se tutto fosse prodotto da ingranaggi instancabili che non si fermano mai, e non da persone che a fatica ritagliano una mezz’ora alle loro giornate per trasformare l’ispirazione in qualcosa di concreto.
Una tappa nel mondo reale, per una volta, mi ha fatto bene.
Ho capito che la poesia non è morta. Si è solo trasferita in una caffetteria che oggi è un moderno Club des Hashischins, dove gli allucinogeni sono bevande iperzuccherate e musica in cuffia.
Finché ci saranno persone che vorranno creare infischiandosene degli obblighi, non importa come o dove, l’arte non sarà morta. E il web sarà solo l’ennesimo mezzo espressivo per veicolarla, non un’arma di distruzione di massa come molti vogliono dipingerlo.

Lo spleen oggi è più di moda che mai. Ma c’è ancora chi ha voglia di battersi per il suo Idéal e trasformarlo in arte, alla faccia del resto del mondo.
Se non è poesia questa…

(ah, alla fine da Starbucks ci sono rimasta per ben tre ore. La tecnica del “mi faccio i cazzi miei e chissene” l’ho appresa alla grandissima)

  • Ciao, vorrei scrivere pure io un post del genere fra qualche tempo!

    Però con il fidanzato siamo in conflitto per una questione: lui sostiene tu sia andata in Germania, mentre io sostengo i Paesi Bassi (per via della lingua più infame che tu abbia mai sentito!)

    Se avesse ragione lui (non glielo diciamo) ed avessi deciso per Cruccolandia mi piacerebbe leggere qualcosa in proposito, visto che sono mooolto interessata all’argomento.

    Ah, piacere, Erika.

    Ciao!

    • Piacere mio Erika, grazie mille per il tuo commento e per aver letto questo post chilometrico fino alla fine (a momenti non ci riesco neanche io :D)
      Tu e il tuo ragazzo potete posare l’ascia di guerra perché purtroppo devo deludervi entrambi: vivo vicino a Zurigo e la lingua tanto odiata è lo svizzero tedesco (per quanto l’olandese sia detestabile qui hanno un accento degno dei peggiori film di serie Z, roba che il tedesco standard al confronto sembra melodioso).
      Per Cruccolandia quindi non ti posso aiutare, ma se vuoi posso stenderti molto volentieri un vademecum sul perché preferire la Germania alla Svizzera. Ad esempio dicendoti che qui non si possono stendere i panni o buttare la spazzatura di domenica.
      Se avete la possibilità di scegliere optate per i crucchi, almeno masticano l’inglese e non rischiate che vi arrestino per aver tirato lo sciacquone di notte!

  • Bellissimo post Susanna, l’arte, la poesia, la cultura…è ovvio che ciò che noi conosciamo come “homo sapiens” non potrebbe esistere senza questa creatività. Da tempi immemori, l’uomo così come la Donna, ha necessità di esprimersi e può farlo in molti modi, tuttavia, il filone dell’arte e della creatività in generale è sempre stato il prediletto e sempre lo sarà.

    Io da una buona parte sono come te, un’asociale per definizione…a volte proprio non mi capisco….sto benissimo senza essere in mezzo alla gente e quando ci sono indosso le cuffie a palla pure io…vedo tutte queste sagome che si muovono come in un formicaio intente e laboriose (per quale motivo mi è ancora oscuro)..io, avvolta nel “Regno” della mia adorata musica, non ascoltando il frastuono prodotto da queste “operaie” instancabili, tutto mi scivola addosso in maniera più fluida, i miei sensi si ammorbidiscono, le persone, improvvisamente non urtano più la mia sensibilità…

    E lì, in quei frangenti la mia mente spazia, viaggia tra un’universo ed un’altro, ad una velocità superiore a quella della luce, migliaia sono le idee che mi balzano, mi urtano, alcune delicatamente, altre meno ma alla fine mi focalizzo su ciò che mi star bene e trasformo tutto ciò in pace e quiete…silenzio dell’anima quindi, un posto meravigliosamente avvolto da suoni melodiosi e indimenticabili dove riesci a partorire in serenità, senza nessun dolore le tue emozioni più forti si esprimono e vengono alla luce…

    …”Non disprezzate la sensibilità di alcuno. La sensibilità di ogni uomo è il suo genio”…
    Charles Baudelaire…

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