Social media manager. Web content manager. Community manager. E-reputation manager.
Se siete assidui frequentatori di LinkedIn o bazzicate tra blog e profili Twitter di loschi figuri, vi sarete imbattuti almeno un paio di volte in uno tra questi termini altisonanti che descrivono le fantomatiche specializzazioni del web 2.0.

E probabilmente, dopo il canonico storcimento di naso iniziale, avrete pensato a un’astrusa figura professionale intenta a muovere le fila dell’universo telematico, ipotizzando chissà quali competenze tecnico-informatico-criminologiche e materializzando nella vostra mente l’immagine di un marketing manager navigato e spietato, con tanto di iPhone 7 in saccoccia e occhialoni Ray Ban a nasconderne lo sguardo iniettato di sangue.
Dieci più per la fantasia, quattro per il realismo.
Perché anche se la solennità dell’inglese può trarre in inganno (ché l’italiano “gestore” perderebbe mille punti in poeticità), i “web+qualcosa+manager” sono nella maggior parte dei casi esseri umani semi-pensanti, semi-coscienti e – caratteristica decisamente più italiana – dalle tasche semivuote.

Figure professionali quasi sempre sottopagate, quasi sempre freelance, sempre e comunque incomprese.
Eviterò di far partire un medley strappalacrime e di mettere in piedi un’apologia della categoria dei liberi professionisti.
Ci hanno già pensato i ragazzi di ZERO a creare una campagna più che esplicativa per sottolineare in maniera ironica il dilagare del fenomeno:

VIDEO

Guardiamoci dritti nel monitor e diciamoci tutta la verità.
Dietro ai vostri passatempi, al vostro cazzeggio su Facebook, ai vostri tweet compulsivi, al vostro “metto il like perché ci sono i gattini pucciosi”, c’è un universo di persone che rischia quotidianamente la lobotomia.
Gente che per scrivere un post efficace su Facebook si studia otto manuali di marketing al giorno e fa ricerche di mercato in quattro lingue diverse. Gente che riscrive più e più volte un articolo per farvelo piacere abbastanza da non abbandonarlo dopo le prime due righe. Gente che modera i vostri commenti idioti nelle community e censura i duemila “per me è la cipolla” che trova. Gente che si impegna per rendere il web un posto più vivibile e non farlo naufragare nelle paludi dello spam e nei contenuti scadenti.
Ecco, in soldoni, chi sono i web-qualcosa.
Ma per rimarcare la natura tech-sociologica del blog, e anche per giustificare il suo claim, mi va di alzare il sipario su un sottogenere sconosciuto ai più: la temibile figura mitologica dell’antisocial content. Mitologica perché tutti sanno della sua esistenza, ma nessuno lo ha mai incontrato. E nessuno ammette di esserlo.
Abbreviazione di antisocial media/web content manager/editor/writer, trattasi di colui o colei che dev’essere social per lavoro e cela la sua vera natura da eremita sociopatico sotto a una solida (quanto effimera) reputazione virtuale

Blogger per passione, hikikomori per vocazione, l’antisocial content ha scelto di intraprendere la sua carriera online per perseguire il suo sogno di stare appollaiato tutto il giorno di fronte ad un computer, evitando così le odiate mansioni a contatto con il pubblico. La sua agorafobia latente lo ha portato fin da piccolo ad incollarsi a una tastiera e aprire il suo primo blog su Splinder, al quale dedicava interi sabati sera sacrificando ogni abilità oratoria o rapporto sociale per sfornare un post sui pattern più fighi di Photoshop.
Di pari passo con l’evolversi delle piattaforme di blogging e con l’ascesa del web marketing, le sue abilità sono andate affinandosi fino a raggiungere il livello “conosco la SEO, so addirittura che la SEO è femminile e non maschile, ho fatto un webinar con Giorgiotave, posso fare della mia passione il mio lavoro!”. Ed è l’inizio della fine.
Il suo dramma esistenziale ha inizio dopo aver compreso che intraprendere una carriera da web editor non significa semplicemente scrivere un articolo al mese sul suo blog.Quando (e se) giunge il primo contratto con un’azienda o la prima collaborazione da freelance, al malcapitato viene affibbiato il mestiere più complicato del mondo: piacere alla gente.
Che si tratti di gestire le pagine social aziendali, di redigere contenuti per il sito web o di creare una campagna di viral marketing, lo sprovveduto si trova ad affrontare una sfida che contrasta in tutto e per tutto con le sue tendenze eremitiche.
Deve essere virale, generare conversioni, sottostare alla dura legge di Google, interagire con gli utenti. In una parola, essere social.
Ed ecco che il poveraccio si ritrova davanti alla scelta più sofferta della sua vita: abbandonare la nave e tornare a crogiolarsi sull’isola felice del suo blog, oppure affinare le sue capacità di adattamento per guadagnarsi il pane. Chi sceglie quest’ultima strada si avvia verso una lenta ed inesorabile metamorfosi che in pochi mesi lo trasforma in un ibrido dalla doppia personalità. Un moderno dottor Jekyll e mr. Hide, acclamato e apprezzato sul web, reietto e introverso nel mondo reale.
Qualche indizio per riconoscerlo?

  • Se interpellate un qualsiasi antisocial content chiedendogli di descrivervi esattamente in cosa consiste il suo lavoro, dimenticatevi una risposta secca e diretta. Con ogni probabilità replicherà divagando, aggrappandosi a paroloni inglesi intraducibili dall’umano medio, linkandovi una presentazione su Slideshare, un articolo dal blog di HubSpot o un qualunque contenuto redatto dai guru della Rete per santificare la comunicazione online. Probabilmente farcirà il tutto con frasi solenni sull’onda del “io mi occupo di analizzare le strategie digitali delle start up per alimentarne e ottimizzarne la presenza virtuale
  • L’antisocial content deve dedicare l’intera giornata lavorativa a guadagnarsi più follower possibili su Twitter e fare il brillante sulla sua pagina Facebook, ma una volta a casa diventa un eremita. Studia manuali di web marketing, si isola dal mondo esterno, si addormenta leggendo e-book, conduce analisi di mercato e cena a lume di monitor per restare costantemente aggiornato sul crudele mondo del content marketing. Non ha tempo per un pasto in un locale, e quando i suoi (pochi) amici reali lo costringono a uscire, lui passerà metà della serata a ricaricare compulsivamente la home page di Twitter.
  • L’antisocial content è quell’individuo che sui mezzi pubblici o per strada vi squadra senza dire una parola, senza una smorfia in viso, senza far trasparire alcuna emozione. Perché sta studiando i vostri comportamenti in cerca di ispirazione per un articolo sul blog, un post o l’hashtag ironico del giorno. Ma se provate a ricambiare il suo sguardo, lui prontamente lo arpionerà al suo smartphone. Non sia mai che interagisca con voi senza farlo sapere a tutto il web!
  • La famiglia dell’antisocial content non è al corrente di convivere con una celebrità. I genitori lo hanno etichettato come caso perso dall’età di sedici anni e non riescono tuttora a capire cosa faccia in ufficio (ovviamente lui è totalmente incapace di spiegarglielo in termini comprensibili dagli over 50). Quando ha tentato di dire loro che è un influencer e si sono affrettati a portargli un termometro, si è arreso all’evidenza dell’incompatibilità perenne anche coi membri della sua stessa famiglia.
  • Se avrete la (s)fortuna di ritrovarvelo come collega, sappiate che sarà intrattabile, scontroso, introverso e pure un po’ stronzo. Perché tutte le sue risorse mentali saranno dedicate a curare la keyword map del suo articolo e trovargli il titolo più accattivante possibile. E piacere agli utenti. Ed essere ritwittato. E crearsi la rete su LinkedIn. E diventare popolare. Ma solo ed esclusivamente online. Perché antisocial, in fondo, ci si nasce.

(Photo credit: Susanna Marsiglia)

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