A intervalli regolari di circa tre mesi, nella vita di ogni donna arriva l’ineluttabile momento del “basta, mi metto a dieta”.
È una delle tante leggi non scritte che governano l’universo femminile, indipendente dal peso, dall’età e dall’altezza della malcapitata: una mattina qualunque i nostri estrogeni sentono il bisogno impellente di urlare a gran voce “sei un capodoglio, una portaerei, non ti si filerá mai nessuno, mettiti a stecchetto e perdi dieci chili”. E noi, da buoni automi ligi al dovere, prontamente obbediamo.

C’è chi ci riesce davvero e dopo un mese ha il fisico di Angelina Jolie e c’è chi, come la sottoscritta, vanta un record personale di appena due giorni prima di tornare a cedere alle lusinghe di messer Whopper.
Forse è un bug del mio metabolismo. Forse sbaglio qualcosa. Forse il regime paramilitare della mia prof di ginnastica al liceo mi ha irrimediabilmente resa allergica all’attività fisica. O forse, più semplicemente, non sono una tech salutista.

Stare a dieta è una vocazione

Prima di addentrarmi nell’eziologia e sintomatologia del disordine mentale che porta un individuo nel tunnel del salutismo virtuale, ho fatto (una volta tanto) una riflessione ponderata sulla differenza tra dieta imposta e stato d’animo. E forse ho afferrato ciò che tutti i libri, trattati, manuali e e-book di Benedetta Parodi messi assieme si ostinano a non dirci: quando si tratta di perdere peso, il senso del dovere è direttamente proporzionale alle possibilità di fallire miseramente.
Ho un’amica che da sei o sette anni riesce a non sfiorare una sola schifezza e a centellinare anche le calorie di una galletta di riso. Io ho provato a mangiar sano per tre giorni, mi sono sembrati tre anni e la notte ho sognato una distesa di pizza che si stagliava per un continente intero.

Storm trooper diet

Perché? Semplicemente, per lei la dieta è un’inclinazione, un’abitudine, un automatismo alla pari del respirare o ascoltare Let it go di Frozen. Non pensa ciclicamente che deve arrivare a fine settimana con un chilo in meno, non si auto-motiva in continuazione spronandosi a far meglio, non pensa “occacchio, le centodieci calorie della barretta Vitasnella mi richiederanno venti minuti di corsa per bruciarle”. È solo portata al dietismo congenito. Per natura, per predisposizione, come si può essere portati a fare l’avvocato o il becchino.
La dieta rientra nelle sue inclinazioni, perché – è inutile che ci facciano la paternale – chi si innamora del fast food difficilmente lo tradirà per le carote scondite. E chi è rompipalle dalla nascita quasi sempre sarà un vegano integerrimo. Legge non scritta dell’universo alimentare, paragrafo uno.

Se vuoi dimagrire e nella tua vita hai riempito trenta tessere fedeltà al Burger King farai il doppio della fatica, dovrai motivarti il doppio, e perderai in un mese la metà di quello che perde la tua amica in mezza giornata. Anche stando a stecchetto e uscendo a correre tutte le sere mentre lei sta spaparanzata sul divano. Per quanto Barbara d’Urso tenti di convincerti del contrario, dovrai aspettare la prossima vita per avere la fortuna di nascere salutista (e io non lo nacqui).

Le app tentatrici

Quando quest’estate volevo perdere cinque chili, i miei sensori cerca-ispirazione si sono attivati notando un’insolita attività nel mio feed di Facebook: da qualche mese, con un ritmo costante, crescente e inquietante, i miei amici hanno preso a condividere pubblicamente il numero di chilometri che hanno corso/camminato/strisciato quel giorno.

Lo screen somiglia a qualcosa del genere:

Percorso Runtastic

Spesso è coadivuato dall’odioso mood di Facebook, che rincara la dose con un mellifluo “Tizio che odi e che tieni tra gli amici solo per pigrizia ha corso 20 chilometri in mezz’ora e si sente al top”. A quel punto il virus è stato innescato: mossa dalla disperazione, sento a mia volta il bisogno di provare quell’app.
Cerco, installo, apro, configuro. Esco a correre la sera stessa con l’app accesa.
Dopo circa un chilometro, una voce femminile perentoria esce dalla mia tasca facendomi prima sobbalzare e poi sfiorare l’infarto: “ONE TWO THREE COME ON ONE TWO THREE GO ON” (questo è tutto ciò che ricordo prima che venisse coperta dai miei insulti).

In meno di tre minuti ho avuto conferma della mia teoria sulle inclinazioni salutiste. Anziché motivarmi, quella dittatrice in scatola mi aveva solo stremata anzitempo, facendomi tornare a casa stanca e misantropa. Fissavo questo:

Runtastic screen

…e non riuscivo a fare a meno di vederci questo:

Sergente Hartman

Risultato: dopo neanche un giorno di vita, l’app è magicamente scomparsa dal mio telefono (così come la dieta dai miei propositi).
Ma la dilagante moda della condivisione dei chilometri sui social network non ha smesso di incuriosirmi e ho continuato a studiare l’utente che li ostenta, prontamente ribattezzato tech salutista.

Quando il web incontra lo sport: la genesi del tech salutista

Se negli Stati Uniti domina incontrastato da almeno cinque anni (complici Central Park e le serie tv), in Italia la diffusione della specie al di fuori dei quartieri chic milanesi è relativamente recente. Nasce dall’unione del dietismo congenito (vedi primo paragrafo) con il progresso tecnologico, condito da un pizzico (ma giusto un pizzico) di narcisismo.
Il salutista incallito, sempre aggiornato sugli ultimi ritrovati dell’industria del fitness, un giorno incappa in un’app che promette di contare le calorie ad ogni suo pasto, metterlo in riga mentre corre, ricordargli che deve mangiare sano e prenderlo a insulti e minacce nel caso in cui non rispetti il programma. Praticamente il suo sogno erotico.
Neanche due ore dopo, il feed di Facebook diventa la bacheca dei suoi traguardi giornalieri e lui, sempre più insaziabile, rincara la dose cercando di coinvolgere i suoi amici in una lotta all’ultimo chilometro, decantando con malcelato entusiasmo le lodi dell’amata app. E il virus si diffonde inesorabile.

Ignaro del meccanismo di cui è rimasto vittima e ancora convinto che i suoi amici siano davvero interessati ai suoi progressi, il tech salutista diviene tanto dipendente dal demone che vive dentro lo smartphone da eseguire ogni suo singolo comando.
La signora Hartman (non riesco a non chiamarla così), ormai sua personal trainer, migliore amica, nutrizionista, moglie, amante e giocattolino erotico, un giorno inizia a suggerirgli qualche piccolo espediente per essere ancora più in forma: “Tesoro, questo mese hai perso cinque chili, sei un figurino, ma sai che con le pratiche scarpe XXX potresti essere ancora più fescion, correre meglio e far crepare d’invidia i tuoi amici? Acquistale oggi e ti regalo anche il cd degli U2 sul tuo iPod”.
Da lì, il passo da ossessione a patologia è breve.
Dategli un mese di tempo, e il tech salutista dovrà affrontare i seguenti passaggi prima di uscire a correre:

  • Infilarsi nei suoi nuovi fuseaux di alluminio super attillati con tecnologia traspirante testata nelle migliori palestre di Dubai
  • Indossare le scarpe iper tecnologiche che si adattano alla forma del suo piede, cambiano colore in base al suo oroscopo e hanno una pratica boccia per pesci rossi incorporata nella suola (il procedimento per allacciare correttamente le stringhe richiede almeno un quarto d’ora)
  • Indossare cardiofrequenzimetro, braccialetto porta-iPod, porta-bottiglietta da coscia, fascetta per capelli da miss Italia, cuffiette ergonomiche
  • Aprire la playlist con la colonna sonora del cacatua in amore feat Pitbull
  • Eseguire riscaldamento sperimentale con 86 posizioni di yoga e pilates alternate
  • Amoreggiare con l’app per farsi consigliare il percorso più adatto al suo umore, anche se passa in mezzo alla tangenziale
  • Informare tutti i suoi amici su Facebook, Twitter, Instagram e Pinterest che sta per uscire a correre grazie agli immancabili hashtag #corsettaserale #fitness #iloverunning #quantosonoalternativo

Due ore dopo, forse, riuscirà nell’intento di correre per dieci minuti.

In ogni caso non tutti i mali vengono per nuocere. Io sto meditanto di reinstallare l’app, silenziare la signora Hartman e votarmi al lato artistico della faccenda:

Space invader

(e sono ancora convinta che un Whopper dia più soddisfazione di tutto questo)

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