May the 4th be with you: non potevo, non dovevo e non volevo permettere che questa giornata si concludesse senza un doveroso attimo di raccoglimento/riflessione/analisi antropologica sull’imminente uscita del settimo episodio di Star Wars (ma siccome scrivere di Star Wars il 4 maggio è terribilmente mainstream, per un attacco di pigrizia disguido tecnico questo post sarà pubblicato il 5).

Dicembre 2015 non è propriamente una data imminente, ma per noi warsies cronici che attendiamo una nuova pellicola dal lontano 2005 un anno e mezzo è praticamente sinonimo di “inizio a prenotare un volo low cost per gli States in corrispondenza della prima proiezione”. Perché, inutile negarlo, Star Wars è uno stile di vita, un credo, una fede.

Siamo ossessivo-compulsivi, fissati, incurabili (al punto di scrivere la parola warsies solo per far incazzare i fan di Star Trek) e soprattutto insaziabili. Non abbiamo fatto una piega neppure quando i diritti del marchio sono stati acquistati dalla Walt Disney Company (al più invaso 9GAG di meme), speranzosi che al passaggio di testimone sarebbe seguito un nuovo capitolo della saga. E alla lieta novella dell’uscita di Episodio VII non c’è stato fanatico che abbia proferito le parole “non ne posso più, non c’era bisogno di un altro film”. Siamo rimasti estasiati e appagati come non lo eravamo dal duello finale tra Anakin e Obi Wan.

Quando poi qualche giorno fa abbiamo letto i sempreverdi nomi di Mark Hamill, Harrison Ford e Carrie Fisher nel cast della nuova pellicola ci hanno colto attacchi epilettici e orgasmi multipli in simultanea. Perché noi abbiamo bisogno di altri capitoli. E non saranno mai abbastanza. Abbiamo bisogno di rivivere altre mille volte il dualismo impero-repubblica galattica e logorarci dentro per scegliere se essere jedi integerrimi o farci tentare dal lato oscuro e dai biscottini. Un bisogno che affonda le sue radici alla fine degli anni ’70, quando lo sci-fi come genere cinematografico era ai suoi albori e la bippata buffa di R2-D2 veniva considerata un’innovazione senza pari.

starwars

Esiste un fan in particolare, anzi IL fan, che fin dalle prime avvisaglie dell’arrivo di una nuova trilogia si è annidato nel web silenzioso e minaccioso, in trepidante attesa, pronto a insediare il seme della discordia in quest’atmosfera festosa e sbranare senza pietà ogni niubbo la cui data di nascita sia posteriore al 1980. Preparatevi, sarò profetica come solo Yoda sa esserlo: dopo l’uscita del film guerra fredda sarà. Ogni recensione, commento, opinione o critica redatta da un fan della nuova leva prontamente stroncata verrà dalla profonda e innegabile conoscenza della saga del fan alfa. “Io c’ero, io ho assistito alla prima proiezione del primo film, se episodio VII sarà una schifezza spetterà soltanto a me decretarlo”. E il web sarà diviso in due, in una cruenta battaglia a suon di flame tra nuova e vecchia generazione.

Eppure basta riflettere un momento per comprendere le ragioni della loro rabbia cruenta: i risvolti psicologici di quest’evento sul fan vecchio stampo saranno disastrosi a dir poco.

Episodio VII uscirà quasi quarant’anni dopo episodio IV. Provate a immaginare il terrorismo psicologico che questa consapevolezza mieterà tra le cerchie dei fedelissimi.  I fan 1.0. La genesi del fandom. Quelli che all’uscita di episodio IV avevano 7 anni, il candore di un bambino affascinato dalla fantascienza e la creatività fanciullesca che permetteva a un rotolo di Scottex di trasformarsi in una spada laser. Quegli stessi fan che oggi sono ultraquarantenni divorati dall’alopecia, possiedono tutto il merchandising della saga ed espongono fieramente le loro repliche FX di tutte le spade laser comparse nei film, acquistate su eBay a 140 euro l’una.

Quarant’anni. È come se la ragazza che avevi corteggiato inutilmente per tutto il liceo tornasse a palesarsi dopo secoli per dirti “ehi, ci ho ripensato, possiamo uscire insieme”. O il bullo che ti tormentava alle elementari ti chiamasse per annunciarti “ho vinto dieci milioni al lotto e ho pensato a te”. All’inizio ti ripeteresti che è una storia vecchia, che non ti importa più nulla di lui/lei, che sei un adulto e devi lasciar perdere, ma poi il bambino che è in te inizierebbe a urlare e strepitare, gridando “certo che mi importa, la vendetta è un piatto che va servito freddo, freddissimo, ghiacciato, ho atteso questo momento per anni!” e il tuo orgoglio da adolescente avrebbe la meglio su tutta la parvenza di individuo razionale che ti sei forgiato negli anni.

I jedi del mondo reale sono cresciuti. Hanno meno sogni, meno fantasia, meno capelli e più banda larga. Per loro non si tratta semplicemente di andare a vedere un film. Si tratta di ritrovarsi faccia a faccia con il bambino che è in loro, quello che sognava di solcare la galassia sul Millenium Falcon ed essere un difensore della pace. Essere costretti a un esame di coscienza forzato. La questione, qui, è fare i conti con quarant’anni di vita da jedi mancato.

Questo è un appello ai miei fratelli fan ventenni. Promettiamo solennemente di non perdere le staffe quando il quarantenne di turno ci aggredirà etichettando ogni nostro commento come idiozia da bimbominkia. Saremo solidali e integerrimi.
In fondo, se tra vent’anni Sailor Moon tornasse a ricordarmi che non sono mai diventata una paladina della giustizia e la gonnellina inguinale non mi ha mai donato, probabilmente anch’io inizierei a darmi al cannibalismo telematico.

May the Force be with us. Sempre e comunque.

(Photo credit: ZeroCalcare)

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