Esattamente un anno fa, più o meno intorno a quest’ora, seviziavo senza pietà la tastiera del mio povero portatile cercando disperatamente di estirpare ansia e sonno dalla mia testa per scrivere un articolo decente.

Era il primo giorno di un nuovo lavoro, era la prima, canonica nottata insonne e (ancora non lo sapevo) era anche il primo passo di un percorso interiore che neanche il più indomito tra i monaci buddisti intraprenderebbe mai spontaneamente.

Questo è uno dei pochissimi post seri che vi capiterà di leggere qui dentro. Ho meditato un’intera settimana su come ri-inaugurare la mia casa virtuale dopo il trasferimento su WordPress: ho in cantiere un sacco di post tanto impegnativi quanto demenziali (recensione del OnePlus One, invettiva contro i tech-salutisti, qualche intervista antisocial, un tutorial su come evitare gli spoiler…), ma nessuno di questi mi sembrava adatto a spiegare come e perché questo blog è nato e cresciuto.
E affidare un micro frammento della mia vita al primissimo articolo di Miltubì 2.0 mi è sembrato il gesto più coraggioso in cui potessi imbarcarmi. Per un’antisocial content come me non esiste impresa più titanica.

Routine e content scontenti

Il ventuno agosto 2013, nel cuore della notte, dovevo assolutamente ultimare un articolo sul crowdfunding. Fino a qualche ora prima non sapevo neanche cosa fosse il crowdfunding, eppure mi era stato affidato l’incarico di spiegarlo ai visitatori di un sito. Scoprivo così uno strano mestiere chiamato web writing, o content writing, o un’altra manciata di termini anglosassoni altisonanti.
In pratica avevo l’arduo compito di scrivere contenuti web interessanti che attirassero potenziali clienti.
Nulla che non avessi già fatto in passato, solo che fino al giorno prima ero convinta si chiamasse “fare la blogger” oppure “giornalismo online”. Avevo la strana e radicata certezza che dietro agli articoli sui siti web professionali ci fossero dei giornalisti plurilaureati, oppure una redazione delle dimensioni di quella di Vogue.
E invece ad accogliermi nel mondo digitale non ho trovato nessuna Miranda Priestley. Solo una stanza zeppa di programmatori assonnati.

Ricordo bene per quale motivo accettai quel lavoro. Non perché fossi disperata o avessi un bisogno impellente di occupare le mie giornate, quanto perché mi avrebbe finalmente permesso di fare ciò che mi piaceva – scrivere – a tempo pieno. E non potevo chiedere di meglio.
Sull’annuncio di lavoro compariva il verbo “scrivere” almeno tre volte. Durante il colloquio mi era stato detto che avrei scritto articoli. Nel mio piccolo universo fatto di telefilm e idealismo non mi serviva altro per accettare il posto a scatola chiusa.
Bene, figo, sono dei vostri, dove devo firmare?

Peccato che (non potevo saperlo) scrivere per il web da professionista fosse ben diverso dallo scrivere sul proprio diario segreto, o su una pagina Facebook per quindicenni, o su un foglio Word in cui abbozzi romanzi che non finirai mai.
Sul web c’è sua orribiltà la concorrenza, sua maestà Google che detta legge, la sua SEO sempre in agguato, le regole, il marketing, le conversioni, le statistiche, la gente pronta a giudicare il tuo stile. Un mondo ben lontano da quello dell’artista sognatore e pericolosamente vicino a quello dell’analista calcolatore.
Peccato che (e questo lo sapevo benissimo) analisi e statistiche non fossero mai state mie amiche, e tutto ciò che sapevo era che dovevo impegnarmi oltre ogni limite per raggiungere risultati anche solo minimamente accettabili. Mi era bastato un solo giorno di lavoro per capirlo. Ma non per arrendermi.

La sera stessa, trattenendomi a fatica dalla voglia di scoppiare in lacrime, avevo aperto l’articolo iniziato quel pomeriggio in ufficio ripromettendomi di finirlo e consegnarlo il giorno dopo. Ad ogni sillaba digitata sentivo forte e chiaro il rimbombo violento della responsabilità, dell’effetto che quella parola avrebbe potuto avere su un lettore, del “non è abbastanza” urlato a squarciagola dal mio cervello troppo chiassoso, del peso insostenibile dell’inesperienza.

All’una e mezza di notte non avevo ancora finito. Avevo pianto. Mi ero data dell’idiota almeno una decina di volte. Avevo quasi preso a pugni il pc.

Questo fu il mio esordio nel mondo del web. Abbastanza triste. Non certo la routine che uno scrittore “vecchio stampo” si augurerebbe. Senz’altro non il lavoro adatto a una persona ingenua e idealista com’ero all’epoca.
Eppure, tra un singhiozzo e un’imprecazione, sentivo che non dovevo mollare. Per quanto quelle righe di testo sembrassero delle catene pronte a stritolarmi, c’era qualcosa di profondamente diverso da tutti i lavori che avevo fatto fino a quel momento. C’era la voglia di farcela. E la sensazione che dopo anni, forse, ero sulla strada giusta.

Ho sempre adorato scrivere, lo faccio da che ho memoria. Ho sempre cercato in lungo e in largo il lavoro della mia vita, il sogno professionale che ti permette di rispondere al fatidico “cosa vuoi fare da grande?” senza doverci pensare per dieci minuti buoni. Quello in cui puoi incanalare tutti i tuoi sforzi senza avere alcun dubbio, perché è giusto che sia così, lo sai e non tentenni un attimo.
Mentre quel 21 agosto mi disperavo pensando di non valere niente e continuavo a credere che non ce l’avrei mai fatta, al contempo sapevo che non avrei mai smesso di provare. E questo mi bastava. Mi è bastato per arrivare dove sono oggi.

Il giorno dopo il mio capo mi fece i complimenti per quell’articolo. Ne scrissi un altro, e poi un altro ancora. Un articolo al giorno, ogni giorno dal lunedì al venerdì.
E ogni giorno mi innamoravo un po’ di più di questo lavoro. E ogni sera riuscivo a prendere sonno più facilmente. E non mi servivano più cinque ore di psicanalisi per scrivere un articolo da 700 parole.
Forse avevo davvero finito di cercare.

C’è post(o) per te

Ho scritto articoli pessimi che cancellerei per sempre dal web. Ne ho scritti alcuni di cui vado fiera. E altri che ho palesemente riadattato da blog americani.
Ho fatto amicizia con i programmatori assonati e ho imparato un sacco di cose da loro. Da uno di loro ho addirittura imparato ad amare. E ho smesso di cercare anche quello. Ho smesso di cercare un sacco di cose dentro a quella startup dispersa nel nulla.
Andavo al lavoro con il sorriso sulle labbra. Adoravo i miei colleghi. Il mio ragazzo. Il mio prossimo articolo, quello ancora da scrivere.
Purtroppo l’azienda non adorava noi allo stesso modo.
Dopo neanche sei mesi ci ritrovammo dai sindacati a fare causa al nostro capo per insolvenza. La startup fallì e con lei franò il mio proposito di restare lì per sempre.
Questa storia non ha nessuna morale o lezione di vita. Non ho la verve di Steve Jobs e non riesco a snocciolare un aforisma da tatuaggio in tutto questo.
Posso solo dirvi ciò che è successo dopo.

Ho deciso di non smettere di imparare.
Ho preso a leggere articoli, tutorial e news ogni santo giorno.
Ho finalmente capito come si usa Twitter. E ne sono dipendente.
Ho pensato che non valesse la pena smettere di scrivere soltanto perché il blog su cui scrivevo non esisteva più.
E così ho creato Miltubì.
Ho inserito il suo URL nel curriculum e ho cercato un altro lavoro.
Sono stata assunta da un’altra startup: ai miei capi è piaciuto lo stile del blog.
Lo sviluppatore che lavorava lì se n’è andato. Non se ne trovavano altri. C’era l’urgenza di avere dei siti web.
Mi sono detta “perché no?”
Ho provato. Ho pianto. Sono stata sveglia fino all’una di notte. E via dicendo.
Ho imparato a creare siti web.
Ho deciso di dare una nuova veste a Miltubì.

Situazione attuale: sono ancora una lavoratrice precaria e neppure la startup in cui sono impiegata oggi va a gonfie vele. Odio il marketing e non sarò mai, mai, mai una venditrice. Ancora non riesco a mandar giù javascript e PHP, e mi faccio sgridare dai programmatori esperti perché sono ancora una niubba che non sa usare Linux.
Ogni sera sto sveglia più del dovuto, non sono mai pienamente soddisfatta del lavoro che porto a termine.
Ho appena iniziato una nuova avventura digitale con un gruppo di ragazze, scriveremo su un blog multiautore di cui sono la webmaster. Sono pessimista ai massimi livelli sulla buona riuscita di un progetto gestito da me.

E sono incredibilmente felice.

Se guardo la me stessa di un anno fa, quella che non sapeva da che parte iniziare, scriveva con le palpitazioni a mille e non trovava pace, non posso che essere fiera di aver passato quella nottata insonne e aver deciso di impegnarmi fin dall’inizio. Miltubì è la somma di tutto questo, un posto solo mio, in cui essere ancora l’artista demenziale che non conosce SEO e keyword. Ogni volta che scrivo qui ricordo perché ho iniziato e perché amo tutto questo.

Oh, e ora frequento regolarmente le piattaforme di crowdfunding.
Un giorno mi farò finanziare un cosplay di Miranda Priesley su Kickstarter.

  • Rosmary

    Meravigliosa!

  • Bella storia davvero, l’ho letta con molto piacere. In bocca al lupo per la tua avventura sul web!

    • Grazie di cuore Amine, e speriamo che il lupo campi sempre bello paffuto! 😀

      • ..Esatto, ottima deduzione…chissà poi perché, si è sempre sentito dire..”crepi il lupo…”…io, ho sempre detto il contrario a tutti quelli con cui interagivo in tal senso……”…che mamma lupo, campi il più a lungo possibile…” poiché essa, quando prende nella bocca i suoi piccoli, non lo fa di certo per mangiarli ma, al contrario, per porli al riparo nella tana e, quindi… 🙂

  • Complimenti bravissima davvero. Io oggi, mi trovo esattamente come te, un anno fa…sono in preda al caos più sfrenato,sto cercando di capire “AD” imparare…a volte, mi trovo con una ventina di pagine di Chrome aperte, dopodiché, il mio cervello va in stand-by..non capisco più nulla..allora, cerco di uscire, prendere aria e resettare il tutto…ritorno a casa e, quando mi piazzo davanti al pc, mi prende l’ansia ma, cerco di andare con ordine, dapprima, chiudendo le pagine per ora inservibili….e procedo verso dove, per ora, non mi è chiaro… sono accetti i buoni consigli, se ti andrà di rilasciarne…buon tutto e a presto 😉

    • Ciao Max, ti ringrazio tantissimo per il tuo commento. Sapere di non essere soli è sempre un gran sollievo – ed è anche uno dei motivi per cui ho scritto questo post.
      La sindrome da “cervello in stand by” è quasi fisiologica in questi casi, nulla di allarmante 😛
      L’unico consiglio che mi sento di darti, che poi è quel che ho fatto io, è semplicemente non smettere di documentarti. Più cose sai e più è facile affrontare i mille problemi che si presentano a decine a chi fa questo mestiere.
      Il problema degli inizi è che la mole di informazioni sembra infinita… e in effetti lo è! Ma fare un passo alla volta, senza fretta, ti porta ad assimilare quanto basta per barcamenarti tra i compiti più comuni e accostare alla conoscenza l’esperienza. E con il passare dei mesi scoprirai da solo che il 90% delle informazioni che gira online non è altro che fuffa 🙂
      Se hai bisogno batti un colpo, ti darò una mano più che volentieri!

      • Ciao Susanna, ogni tanto..ritornano… 🙂
        A parte le battute del cavolo, volevo dirti che, siccome mi è piaciuta la tua storia, il tuo blog e, certo, ti seguo ma, ahimè, non così assiduamente data la mole di dati da gestire quotidianamente ..(p.s. a volte, nemmeno io mi ricordo dove sono…n.d. :-DDD)
        Ma, appunto volevo precisare che mi spiace di non farcela a seguire tutto quel che vorrei ogni giorno, te compresa, ma, le mie forze, arrivano sino ad un certo punto…
        Ci sono, in ogni caso…non sparisco
        Buon proseguimento 😉 e avanti, sempre!!!

        • Grazie ancora di cuore Massimiliano, come vedi la cosa è reciproca visto che anch’io sono presissima in questo periodo (trasloco in corso, magari faccio un post a breve per spiegare tutto).
          Stringiamo i denti e speriamo di uscirne indenni! Buon apprendimento 😛

          • Ciao Susanna, grazie della tua risposta.
            Anch’io sono molto impegnata come ti accennavo con mille aggiornamenti, nel dimenarmi tra corsi di formazione, lavoro e ovviamente, socializzazione.
            Pertanto, siam qui..come dici tu, speriamo di uscirne indenni…un abbraccio, a presto e buon lavoro 🙂

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